A volte ci viene insegnato che la rabbia è sbagliata e che quindi va giudicata, controllata, repressa o addirittura nascosta sotto un sorriso educato.
Altre volte, invece, cresciamo in contesti in cui la rabbia rappresenta l’unico linguaggio possibile e va quindi usata, mostrata o imposta per farsi rispettare. Questi due insegnamenti opposti sono ugualmente limitanti, come spesso accade quando la dualità è intesa come scelta netta che esclude l’altra possibilità invece di compensarla o integrarla.
In entrambi i casi non impariamo a comprendere la rabbia perché o la soffochiamo o la brandiamo.
A pensarci bene, la rabbia in sé, non è un errore, è semplicemente una grande energia. È il segnale del nostro sistema nervoso che ci parla con frasi del tipo “qui c’è un confine superato…”qui c’è qualcosa che non va”…ecc
Il problema non è la rabbia di per sé, ma l’uso che decidiamo di farne.
Quando la reprimiamo si trasforma in chiusura, risentimento e vittimismo silenzioso. Quando la esplodiamo contro qualcuno diventa attacco, colpa o distruzione.
In entrambi i casi perdiamo il suo valore originario, il benessere e perdiamo anche noi stessi. Un principio sano, il bisogno di rispetto, di giustizia, di dignità, di verità.. si deforma e diventa torto, perché espresso attraverso una rabbia che prende il sopravvento e galoppa a briglia sciolta.
Ci difendiamo invece di confrontarci, ma in realtà la rabbia sana è un fuoco che illumina. Non ha il compito di bruciare l’altro, ma di chiarire noi. Ci aiuta a riconoscere una ferita, il senso di subire un’ingiustizia, un bisogno o un limite.
Spesso reagiamo attraverso la rabbia perché qualcuno tocca una parte di noi che si è sentita rifiutata, incompresa, offesa o non vista. Quando agiamo d’istinto, senza portare attenzione su se stessi, restiamo nell’automatismo, attacchiamo o ci chiudiamo, confermando quella ferita, ma se riusciamo a fermarci un istante prima dell’esplosione, la rabbia cambia funzione e ci diventa grande alleata.
Ci sta dicendo: “ho bisogno di rispetto”,
“ho bisogno di essere visto/ ascoltato/ capito..”, “ho bisogno di dire no”…
In questa forma, la rabbia è dignità perché forza senza violenza.
La rabbia rappresenta il fuoco come elemento di trasformazione e purificazione, non distrugge ciò che è puro, ma comprende ciò che non sentiamo allineato.
Ci permette di stare davanti all’altro. Stare davanti non significa lasciarlo indietro o mettersi sopra di lui, significa restare sullo stesso piano, uno di fronte all’altro, senza armature e senza inchini. Significa non attaccare etichette di identità non veritiera che riducono l’altro a ciò che non condividiamo sentendoci superiori o inferiori.
Anche quando il pensiero dell’altro ci fa imbestialire o ci battiamo per difendere i diritti degli altri come senso di giustizia, non è motivo per oltrepassare il limite. È legittimo che l’altro sia diverso da noi anche nei valori, nelle idee, negli ideali…
La vera forza non è vincere lo scontro ad ogni costo, ma restare presenti senza perdere misura esprimendosi con calma e rispetto. Questo “rallentare” non è debolezza, è rispetto verso sé stessi, è la capacità di rimanere a testa alta, protagonisti di una possibile soluzione invece che alimentatori di un conflitto che porterà gran malessere oltre ad un inutile spreco di energie.
Quando la rabbia viene integrata, smettiamo di usarla per difenderci e iniziamo a usarla per amor proprio e per assumerci capacità e responsabilità.
Per esempio, non è più “tu mi fai sentire così/è colpa tua”, ma diventa:”mi assumo la responsabilità di ciò che provo e scelgo come esprimerlo”.
È da qui che nasce il confronto adulto, un sì pieno, un no pulito o una parola chiara che costruisce invece di ferire.
La rabbia mi fa pensare ad una fiamma tra le mani, puoi agitarla e incendiare la stanza, oppure tenerla ferma quanto basta per far luce. Non va spenta, ma va retta con presenza per trasformarla da calore che divora in calore che scalda.
LFR :•)
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