Ipotizziamo che il caso non esista ma, nel concerto universale o degli universi infiniti, si realizzino una serie di combinazioni perfette in relazione causa effetto ricercabili nel passato e, chissà, anche nel futuro. Mi spiego meglio: spesso andiamo a cercare nel passato le cause del nostro disagio psichico e ci arrovelliamo su chi possa essere il responsabile di una certa condizione di disagio (in genere la mamma e/o il babbo). Ma…un attimo…e se quelle apparenti cause fossero in realtà preparatorie per un certo percorso di consapevolezza in cui finalmente non si addita “l’esterno” come causa del nostro malessere? Se s’iniziasse ad abbandonare la ricerca di una logica nel passato e s’iniziasse a lavorare su quello che ora siamo per davvero, ponendoci in modo veramente ONESTO con noi stessi e prendendoci la responsaibilità per tutto ciò che ci accade? Si, lo so che fa male ma conviene iniziare, anche a piccoli passi alla volta, partendo da piccoli eventi quotidiani.
Partiamo dal sintomo, per esempio. Esso ci mostra il nostro lato ombra, la metà della luna che non mostra mai la sua faccia, il rovescio della medaglia che contrappesa ogni nostra caratteristica che emerge. Il sintomo è un segnale, un’indicazione su cosa non stiamo osservando di noi e lo fa abilmente tramite il simbolo. Ipotizziamo che il sintomo, ancor prima di manifestarsi sulla nostra sensazione, ci si presenti all’esterno; e se la zoppia improvvisa nel nostro gatto che si è azzuffato con i colleghi del vicinato sia una sia già un’avvisaglia? Quale zampa è dolente? Su quale lato e quanto prossimale al tronco?
E se anche l’automobile o comunque il nostro mezzo di trasporto mostrasse delle ferite, ad esempio un faro che non funziona o il paraurti ammaccato? Sarei curiosa di condurre un’intervista ai clienti di una carrozzeria…
C’è da tener presente che, nell’esercizio filosofico-esistenziale-evolutivo, potrei non riscontrare nessuna cosa che perturba la mia vita, potrei anche individuare “nulla che non va”. Beh questo è piuttosto normale, visto che sto cercando di esplorare il mio lato ombra, ciò che a me non è manifesto di me stessa. Pertanto occorre fiducia: se ho un sintomo, anche lieve, anche sciocco, posso cercare d’interpretarlo a seconda del simbolo che manifesta, cosa mi permette di fare e cosa non mi permette di fare, se si è manifestato dopo un evento o dopo un periodo di rimuginazione, in cui un pensiero incontrollato riemerge continuamente.
Da queste premesse, il sintomo e la malattia, ma in generale tutto quello che accade, potrebbe avere un signifcato e tutto potrebbe diventare un enorme e divertente rebus. In fondo, che controindicazioni ed effetti avversi potrebbero svilupparsi da questo lavoro? Se io cerco di alleviare il sintomo con metodi diagnostici e rimedi farmacologici o di qualsiasi altra natura, e contemporaneamente cerco di scoprire un complicato messaggio in codice, che danno posso farmi? Direi proprio nessuno.
Per approfondire questo tema che ho solo sommariamente sfiorato in questo articolo, consiglio la lettura del libro “Malattia e Destino” di Thorwald Dethlefsen e Rüdiger Dahlke.
LFR;-).
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