Quante volte abbiamo sentito parlare di maschere? Ma in realtà, ci siamo mai soffermati davvero a riflettere, ad ascoltare cosa potrebbero essere e cosa portano con se? L’etimologia della parola maschera è incerta e discussa. Potrebbe derivare dal preromano mask inteso come “fuliggine / scuro” oppure dal latino tardo, masca, cioè “strega / anima dannata”, per evolversi poi in “volto coperto / travestimento”. Ci sono più tipi di maschere, quelle a cui mi riferisco in questo post, sono le maschere che ogni essere umano, nessuno escluso, mostra nel quotidiano. Queste maschere sono identità che decidiamo di indossare da bambini, quando ancora non abbiamo a disposizione altri mezzi e risorse da poter mettere in atto per sopravvivere, essere amati e sentirsi appartenere. Poi cresciamo e le maschere che sono state per noi salvifiche in tenera età diventano sicurezze ed allora ci identifichiamo in loro. Toglierle ci spaventerebbe, ci metterebbe in contatto con la vulnerabilità e con la presa in carico di noi stessi. La cosa strana è che questa identificazione ci sfregia, ci deforma, ci comprime, ci obbliga e ci plasma in un contenitore che apparentemente ci dona sicurezza e sollievo, ma in realtà ci depotenzia, ci comprime e ci annulla. Ormai queste maschere sono così appiccicate al nostro volto, al corpo, alla nostra mente che ci sembrano “normali”/reali parti di noi stessi. Diciamo:”io sono fatta così” credendo fermamente in questa identificazione tanto da giudicare ed a volte non tollerare diverse modalità di espressione. Le maschere non vanno condannate perché ci hanno aiutato ed a volte, anche nel presente possono essere utili. Quello su cui mi vorrei soffermare a riflettere è: quanto sono consapevole delle maschere in cui mi identifico? Perché ho bisogno di quella maschera? Cosa sto proteggendo? Se volete, questo post vuole essere uno spunto, una breccia curiosa che stimoli una auto osservazione priva di giudizio perché il giudizio ci rende rigidi e chiude la porta in faccia alla scoperta, alla compassione ed alla morbidezza. Semplicemente, come sempre, il primo passo è rallentare ed osservare, ascoltare ed ascoltarsi, percepire ruoli, emozioni e pensieri che mi riportano alla maschera in questione. Potrebbe essere interessante aprire questa breccia che ci avvicina a noi stessi portando luce e comprensione alle proprie ferite e al senso di vergogna che ci imprigionano solo se continuiamo a tenerle rinchiuse. È proprio lì, nell’accoglienza di quello che crediamo fragile e pericoloso che invece si trova la soluzione…quella scioglievolezza che in maniera consapevole ci fa indossare le maschere davvero al momento opportuno con la consapevolezza che scelgo di indossarla per riporla poi, lasciando spazio alla me libera, orgogliosa dei miei lineamenti e delle mie forme.. solo così non sarò più “anima dannata” (dalla etimologia) e costretta al copione della svalutazione. Solo così vado nel mondo godendo di ogni respiro, morbida nel corpo, aperta nel cuore e curiosa nella mente, sentendo indiscriminatamente.
@LuciFraleRobe
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