Sento intorno un modo, oggi, di stare al mondo che ci spinge a riempire in fretta ciò che sembra fare silenzio…corri, scegli, usa, sostituisci…
Il consumismo relazionale non nasce da cattiveria, ma da una fame antica rimasta senza una “tavola apparecchiata”.
Quando l’incontro chiede presenza, quando una relazione (di lavoro, di amicizia, di cura…) chiede tempo, a volte ci appare come una richiesta difficile da sostenere, responsabilità, ascolto… Ecco allora che il “sistema dell’urgenza” ci offre scorciatoie come scambi rapidi, legami funzionali, emozioni usa e getta… abbuffate che riempiono la bocca ma non arrivano al cuore.
Consumiamo così, ogni giorno, inconsapevoli rapporti come quando si consuma senza aver fame, per ottenere qualcosa, per non sentire il vuoto, per non restare in quell’attesa faticosa da sostenere.
Le abbuffate emozionali non sono un difetto, credo siano una risposta ormai automatica a un’attesa non riconosciuta, a un desiderio di senso giudicato “troppo” o “poco utile”, ad una capacità quasi persa di stare con sé stessi, quella parte di noi che vorrebbe relazioni scelte e non solo convenienti.
Silenziosamente passa il senso che aspettare è debolezza, che prendersi cura non rende abbastanza, che il tempo è denaro, che restare senza un tornaconto immediato è tempo perso. E invece l’attesa quando ascoltata è un gesto attivo, è quel luogo in cui impariamo a stare con noi stessi e con l’altro senza usare e senza prendere subito. È il tempo in cui il desiderio smette di essere bisogno e diventa direzione.
Non serve smettere di incontrare, serve forse assaporare con gusto e scegliere per non ingoiare più ciò che non nutre. Non si tratta di tornare a modelli irreali, si tratta di scegliere con onestà, di non usare l’altro come surrogato di una presenza che prima di tutto ci è chiesta verso noi stessi.
Penso che le relazioni che restano non siano quelle più vantaggiose, ma quelle che reggono il tempo, il limite e la responsabilità delle scelte ripetute in uno spazio che attraversano l’attesa senza cancellarla.
Forse il vero atto, oggi, è quello di
rallentare per riuscire a sentire se ciò che stiamo vivendo ci nutre davvero e avere il coraggio di scegliere “meno”, ma con più verità giorno dopo giorno.
LFR :•)
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