Abbiamo imparato, a poco a poco, che dobbiamo aggiustarci, migliorarci o diventare qualcosa di più, come se così come siamo fossimo non ok.
E se invece no?
E se ogni essere umano fosse già completo?
Non intendo perfetto, dico completo, che è un’altra cosa. Per me, in questo contesto, completo vuol dire che non manca nulla, significa che non c’è un “errore di fabbrica” né un pezzo dimenticato.
Immagino ognuno di noi con una borsa degli attrezzi che abbiamo dalla nascita, è sempre stata lì.
Dentro questa borsa apparentemente silenziosa c’è tutto: strumenti speciali, alcuni lucidissimi ed altri impolverati, altri ancora che non sappiamo nemmeno come si chiamano o come si usano.
È un po’ come la borsa di Mary Poppins, dall’esterno sembra normale, ordinaria, ma dentro contiene molto più di quanto l’occhio possa immaginare. Non perché sia magica, ma perché non obbedisce alle misure che usiamo di solito. Non è pensata per dimostrare qualcosa, semplicemente custodisce ciò che serve anche quando non sappiamo ancora che servirà. Così è la nostra borsa interiore: non va riempita, va riconosciuta.
Il problema non è che la borsa sia vuota, è che quasi non la apriamo e quando lo facciamo, spesso ci fermiamo alla prima impressione: “non è questo”, “non adesso”, “non sono pronto”, “non serve”, “cosa penseranno gli altri”, “si è sempre fatto così” …
A parlare sono voci che conosciamo bene che ci parlano di aspettative, doveri, paura di non essere abbastanza, bisogno di essere utili, conformi, all’altezza. Voci che non sono nemiche perché ci hanno protetto, ma forse non possono essere le uniche in cui identificarci a pieno.
C’è anche una voce più silenziosa che dice: “va tutto bene così”. Questa voce a volte consola, altre volte trattiene perché stare bene non significa smettere di esplorare, ma sentirsi abbastanza al sicuro da farlo.
Dentro di noi non c’è una mancanza, c’è una borsa ancora tutta da aprire.
Molti strumenti restano inutilizzati non perché sbagliati, ma perché mai davvero incontrati e la curiosità, più che lo sforzo, è quell’alleata che ci permette di riconoscerli.
Il paradosso? Il peso non è la mancanza, è l’inutilizzo.
Aaah, se sapessimo!
Se sapessimo che dentro c’è già tutto, se fossimo solo un po’ più curiosi, un po’ più gentili con noi stessi, se iniziassimo a essere tutto ciò che siamo già senza paura di ascoltare le voci e senza lasciare che decidano al posto nostro.
Non serve diventare la versione migliore di noi stessi: lo siamo già. Serve diventare più morbidi, metterci comodi e svelare con tatto quello che già siamo. Aprire la borsa, mettere le mani dentro e sperimentare per scoprire che non siamo rotti, siamo solo pieni di strumenti che aspettano di essere riconosciuti.
LFR :•)
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2 Comments
È un pensiero che risuona forte, perché sposta lo sguardo da “cosa mi manca” a “cosa non sto ascoltando”.
L’idea della completezza, senza la pretesa della perfezione, è liberatoria: ci toglie di dosso il sensi di aggiustarci e ci restituisce il tempo dell’esplorazione.
Forse il vero lavoro non è diventare altro, ma creare abbastanza silenzio e fiducia per aprire quella borsa senza giudizio. Con curiosità, come dici tu, e con gentilezza.
Perché non siamo progetti incompleti: siamo territori vasti, spesso poco frequentati. E il peso che sentiamo non è un vuoto, ma una ricchezza che chiede solo di essere riconosciuta.
Grazie Stefano…metti sempre grazia e il tuo esserci è prezioso