Penso che a volte ci si perde,non nei luoghi, ma tra le pieghe di sé.Succede quando la distanza da noi diventa così grande che smettiamo di sentirci e l’anima, piano piano, si addormenta.
Diventiamo osservatori distratti della nostra vita,presenti solo a metà, come se il cuore parlass un linguaggio che non comprendiamo. Eppure il suo ritmo cambia e racconta, è un metronomo segreto del nostro sentire profondo che svela ciò che le parole non sanno dire.
Così perdiamo il contatto con noi, con gli altri e con ciò che vibra intorno a noi. Però poi c’è un momento in cui qualcosa ci chiama a tornare, perché è vero che ci si smarrisce “nel cammino di mezza via”, ma poi inevitabilmente “uscimmo a riveder le stelle.”
Penso che non serve aspettare la notte delle stelle cadenti per concederci quella luce, la scintilla non arriva da fuori, ma nasce dentro ogni volta che scegliamo di guardarci davvero, di riavvicinarci piano senza paura della nostra profondità.
Forse così, puntare in alto, non diventa un gesto d’ambizione, ma d’anima, rivolgendo lo sguardo verso ciò che in noi chiede di sbocciare verso il potere gentile dell’intelletto e verso la grazia delle possibilità umane.
Ripigliamoci con tenerezza, ri-prendiamoci per mano come si fa con chi si è mancato per troppo tempo. Torniamo a sfiorarci,
a sentirci, a vedere le “stelle” con sorpresa dove non credevamo possibile, a lasciarci toccare dalla vita, perché le stelle non smettono mai di esserci, siamo noi, a volte, che smettiamo di alzare lo sguardo.
LFR :•)
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