La parola delegare (dal latino de-allontanare e legare- inviare con un incarico) significa inviare qualcuno a compiere un’azione in vece propria.
Oggi vorrei condividere un piccolo spunto riguardo un aspetto del delegare.
Ogni giorno, senza accorgercene, proiettiamo sugli altri parti di noi non riconosciute, come per esempio bisogni, paure, desideri, aspettative ecc…
Così facendo finiamo per non vedere veramente l’altro, ma solo l’immagine che “ci serve” per colmare un vuoto interno. Pretendiamo che l’altro ci salvi, ci capisca e ci completi senza prima ascoltarsi, cioè, senza entrare in contatto autentico con noi stessi.
Immersi inconsapevolmente in questo copione di vita non siamo in grado di prendersi la responsabilità dei propri bisogni. Delegando all’altro, quest’ultimo diventa il “colpevole” se non ci dà quello che ci aspettiamo. Ma così non incontriamo davvero né l’altro né noi stessi nè contesti piacevoli.
Solo quando torniamo veramente a noi, possiamo accogliere ciò che l’altro ci offre per quello che è e non per quello che “dovrebbe essere” favorendo un ben-essere genuino, ampio che coinvolge sia se stessi sia chi ci circonda attraverso uno scambio in cui nessuno pre-varica o sia costretto ad un ruolo di vittima o di dio salvatore.
Delegare è importante, utile, uno scambio di fiducia ecc solo quando non deleghiamo aspetti indelegabili a gli altri.
Giocando con le parole, de-legare mi fa pensare a togliere un qualcosa che lega, che stringe troppo.
È arrivato il momento di trasformare i lègami in legámi sani per slegare l’altro da un ruolo che non gli appartiene e liberare noi stessi da legami e copioni malsani riprendendo ognuno il proprio “posto” con responsabilità e gratitudine.
Che azione concreta potrei compiere per entrare in contatto con me stesso?
Cosa proietto sull’altro che mi impedisce di ricevere e apprezzare davvero ciò che mi dà?
Cosa mi perdo?
LFR
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