Mi è capitato di agire o assistere a comportamenti e vissuti che mi fanno notare che c’è una parte dell’uomo che ha imparato a rimanere.
Restare quando fa male, quando è scomodo o doloroso, quando qualcosa dentro ci sussurra che non è il posto giusto.
La chiamiamo resistenza, maturità, fedeltà, senso del dovere o addirittura, a volte, amore.
E poi c’è un’altra parte, in ognuno di noi, più antica e meno educata, quella parte che non spiega e non giustifica…quella parte che sente e si muove.
Se ci pensiamo, un animale non resta dove soffre inutilmente e non costruisce narrazioni per legittimare il disagio, non trasforma la gabbia in scelta, semplicemente, se ne va senza colpa nè eroismo.
Noi invece restiamo.
Restiamo nelle relazioni che consumano, nei lavori che spengono e/o nei pensieri che limitano. Restiamo perché abbiamo imparato ad addomesticare l’istinto, a dubitare di noi stessi, di ciò che sentiamo e a considerare normale ciò che è semplicemente l’abitudine.
A quale prezzo?
Credo che il vero potenziale umano non risieda nella capacità di sopportare oltre misura, ma nel riconoscere quando è abbastanza e nel ricordarsi che non tutto ciò che è “difficile” è giusto.
Dentro di noi esiste ancora quella parte non addomesticata che sa esattamente quando è il momento di “andare” e di spostarsi, sta a noi decidere se continuare a zittirla, o iniziare finalmente ad ascoltarla con cura e gratitudine per ciò che ci sussurra.
LFR :•)
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