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La tavola delle emozioni (l’abbandono)

15/09/2026

Vi è mai capitato di trovarvi in una situazione di abbandono? Capita a tutti, credo, anzi ne sono sicuro. Intorno al tavolo dell’abbandono si riuniscono molte emozioni. Abbandono, seguendo il significato psicologico del termine, significa la rottura di un legame affettivo o la sensazione dolorosa di essere lasciati soli, che può generare ansia e insicurezza. La sala da pranzo è apparecchiata, e ci sono sette posti che attendono i commensali. Il primo ad arrivare è lo shock, che mentre entra ripete tra sé e sé: “Non è possibile”. Guarda in basso e si siede in un posto a caso. Subito dietro, con passo incerto, giunge la paura. Si guarda dietro e si domanda: “E ora come faccio da sola?”. Lei si siede nel posto più riparato, ma vicino all’uscita. L’abbandono, per un bambino, significa morte: per questo è così doloroso. Dopo un po’ di tempo arriva la tristezza. Singhiozza, “mi manchi” è il suo mood. Non sa più chi è: ha perso un ruolo. Con passo pesante, pugni chiusi e faccia un po’ arrossata, fa il suo ingresso la rabbia. “Come hai potuto?”, ripete con voce roca e profonda. Sposta la sedia con forza e si siede. La rabbia si sente tradita e lasciata indietro. Un po’ titubante, non sapeva se venire o no: ecco la vergogna. Cammina e poi si ferma, forse torna indietro. “Cosa avrò sbagliato…”. Il penultimo ad entrare, dopo che tutte le altre emozioni si sono confrontate, è il vuoto. “Non valgo”, ripete a tutti. Dopo molto tempo arriva la settima emozione: la liberazione. Tutti fanno silenzio perché ora sta a lei parlare. Non si siede, resta in piedi e inizia a dire: “Vi ho visto e ho sentito tutto quello che vi siete detti. Vi ringrazio perché siete rimasti tutti qui quando faceva più male scappare. A te, shock, che sei arrivato per primo: grazie. Hai spento tutto evitando di farci morire di dolore. Hai fatto il tuo lavoro. Ora puoi respirare: non serve più congelarci.

A te, paura, piccola e tremante: hai imparato da bambina che soli si muore. Ma guarda: siamo ancora qui. Siamo soli, ma soli vuol dire con noi. Non vuol dire senza amore.

A te, tristezza: sei la più vera. Ti hanno detto che sei debole, che devi smetterla di piangere. Invece tu sei l’amore che non ha più dove andare e finalmente può tornare a casa. Piangi pure: ogni lacrima ci lava e ci riporta a noi.

A te, rabbia, fuoco sacro: ti hanno detto di stare zitta, di essere brava. Invece tu hai difeso il nostro valore quando nessuno lo faceva. Hai ragione a essere arrabbiata: non sei stata amata come meritavi. Ora usa quel fuoco non per bruciarti, ma per dire no a chi non ci ama più.

A te, vergogna e senso di colpa: avete passato anni a dire “è colpa tua, non sei abbastanza”. L’avete fatto per darci una spiegazione, perché pensare che fosse colpa nostra faceva meno paura che accettare che le persone, a volte, se ne vanno e basta. Non è colpa vostra. Non siete mai state sbagliate.

A te, vuoto: tu sei quello che temiamo di più. Eppure sei la porta. Sei stato riempito per anni di altri, di rumori, di attese. Eri vuoto non perché mancavi di qualcosa, ma perché aspettavi noi. Ora finalmente ti abito io.

Ora voglio dire una cosa a tutte: Non siamo stati abbandonati. Siamo stati restituiti. Ci hanno tolto uno sguardo fuori per costringerci a trovarne uno dentro.

Grazie a tutti.”

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