Ogni giorno si presentano, proprio davanti a noi, le tentazioni. Non soltanto quelle che immaginiamo come “pericolose” o eccessive.
A pensarci, a volte, basta entrare in un supermercato per trovarne…scaffali pieni di colori, profumi, offerte, promesse…ogni cosa sembra sedurci: sceglimi, prendimi, assaggiami, portami con te…
e noi scegliamo, prendiamo, lasciamo, rinunciamo, desideriamo.
Ma…a cosa rinunciamo davvero?
E soprattutto, che cosa desideriamo davvero, nel nostro profondo?
Forse non tutto quello che desideriamo ci nutre….forse non tutto ciò che ci nutre è ciò che desideriamo.
Ci sono piaceri che fanno spazio e ci restituiscono a noi stessi. Altri che, senza che ce ne accorgiamo, diventano piccoli anestetici che riempiono, distraggono e tappano un buco, ma non nutrono davvero.
Cibo, acquisti, schermi, sesso, relazioni, esperienze, riconoscimento, ricerca continua di stimoli…e altro ancora.
La riflessione che vorrei proporre non ha l’intento di demonizzarli, ma di osservarci e porsi domande come per esempio:
sto scegliendo o sto cercando qualcosa che scelga al posto mio? Questo è un desiderio che mi rende veramente felice o mantiene vivo un dolore che penso di non riuscire a “toccare”?
Possiamo andare ancora più indietro e riflettere.
Nella famiglia in cui sono cresciuta, che cos’era il piacere?
Era qualcosa da vivere?
Da meritare?
Da nascondere?
Da controllare?
Era giudicato e represso, oppure concesso soltanto quando diventava eccessivo?
Che cosa mi hanno insegnato sul desiderare?
Che desiderare è bello?
Che è pericoloso?…che è peccato?
Che bisogna accontentarsi?
Che bisogna avere sempre di più?
Che il piacere va trattenuto…oppure consumato fino in fondo?
Mi soffermo su questi interrogativi preziosi e penso…
Oggi, quando qualcosa mi tenta, quali frasi e quale voce compare nella mia testa?
“Non dovresti”
“Non puoi” “vergognati”
“Devi controllarti”
“Prendilo, te lo meriti”
“Ancora uno”
“Non è mai abbastanza”
“Se lo desideri, allora devi averlo” ecc… e poi ci sono le frasi ormai diventate verità…del tipo “si vive una volta sola”, “chi non risica non rosica”, “meglio prevenire che curare”, “il desiderio è il primo assaggio del piacere”, “chi vuole troppo nulla stringe”, “ogni desiderio ha il suo prezzo”, “il troppo stroppia”, ecc…
Dietro a questo c’è anche una paura più sottile, cioè, la paura di desiderare e la paura di non desiderare.
Cosa succede se mi concedo di desiderare davvero?
E cosa succede se invece, smetto di ascoltare il mio desiderio?
Di cosa mi privo in entrambi i casi?
Il punto, forse, non è essere persone che non desiderano o persone che si concedono tutto, forse il punto è essere abbastanza presente da poter stare comoda nel luogo in cui posso desiderare senza giudicarmi.
Posso sentire il piacere senza doverlo trasformare in eccesso, posso rinunciare senza sentirmi privato, posso scegliere senza avere paura di scegliere.
Penso che ciò che ci rende prigionieri non è il piacere in sé, ma il non riuscire più a distinguere il piacere che ci nutre dal piacere surrogato che semplicemente riempie.
Tutti noi abbiamo più risorse di quanto crediamo.
Siamo dotati della capacità di fermarci, di sentire, si aspettare, di scegliere e di ascoltare ciò che accade dentro di noi prima di riempirlo con qualcosa.
Con un po’ di auto-osservazione ed allenamento possiamo imparare a stare nel piacere con più libertà, senza giudizio né repressione e senza dover dimostrare nulla, perché tra il “non devo” ed il “devo averlo”, tra la privazione e l’eccesso, è presente uno spazioprofondamente umano…quello della scelta consapevole.
Spazio in cui il piacere può tornare ad essere ciò che è nel suo senso più pieno, non fuga o un surrogato d’amore o un modo per tappare un vuoto, ma qualcosa che possiamo incontrare, abitare e assaporare.
Qualcosa che non ci svuota dopo averci riempito,
ma ci nutre davvero mentre lo viviamo.
LFR :•)
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