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sono proprio dove vorrei, adesso

18/03/2026

Domenica scorsa ero lì, sdraiata sulla sabbia calda. C’era il rumore del mare lieve e costante rassicurante come un respiro sereno, i miei piedi erano scalzi e liberi ed il sole mi avvolgeva come un caldo abbraccio.
In quel momento respiravo una pace semplice e piena ed ho pensato, quasi senza accorgermene:
“come sto bene, sono proprio dove vorrei essere adesso”.
Subito dopo però, si è mossa dentro di me una domanda chiara: “quante volte, nel mio quotidiano, nella mia vita, sono o sono stata esattamente dove desidero essere?
Non dove “dovrei” o dove “conviene”, non dove mi è stato insegnato che è giusto stare, ma dove, in verità, nel mio profondo desiderio, sento di appartenere.
È una domanda semplice ed innocente, eppure, se lasciata arrivare senza filtri, giunge con quella forza capace di spogliarci. Questa è una di quelle domande che, se prese sul serio, non si accontenta di risposte automatiche o di giustificazioni eleganti.Non accetta alibi costruiti con cura per proteggerci dalla scomodità del sentire, ma ci invita, piuttosto, a fermarci ed osservare senza giudizio e con onesta onestà.
Quante volte mi sono raccontata che “va bene così”, quando dentro qualcosa chiedeva altro? Quante volte ho scelto di restare in un’immagine costruita (quella che gli altri apprezzano) temendo di deludere? E in quel timore, poco alla volta, mi sono allontanata da me?
Essere davvero dove desidero essere, per come lo sento, non è una conquista esterna e neppure un traguardo da mostrare. È uno stato intimo, è quando ciò che vivo non mi allontana da me e quando ciò che scelgo non mi tradisce.
Essere dove desidero davvero ora, come lo intendo io, non significa successo o potere verso l’esterno, ma prima di tutto verso l’interno, verso se stessi.
Lo descriverei come il riuscire a Sentire. Sentire il proprio respiro, il proprio cuore, accorgersi che dentro c’è pace, fluidità, amore, calore e benessere.
Sentire tutto questo è prezioso, ma a volte sembra avere un prezzo che fa paura perché significa lasciare andare la bella immagine che ci siamo costruiti con tanta fatica (e spesso con tanto dolore) rinunciando a noi stessi. Quell’immagine che pensiamo ci renda bravi, amabili, accettati, accolti…
Ma qual è il prezzo da pagare?
Una maschera che ci snatura, che ci rende rigidi ed ansiosi, che copre la nostra bellezza innata…quella maschera che, prima ancora di ingannare gli altri inganna noi stessi.
Così, senza accorgercene, ci tradiamo.
Ci siamo costruiti ruoli, aspettative, versioni di noi che funzionano fuori… ma non sempre dentro.
La paura di deludere diventa una gabbia silenziosa così sottile da sembrare normale e….e allora restiamo li congelati e scomodi, non perché sia il nostro posto, ma perché è quello che abbiamo imparato a occupare.
Penso che essere dove si desidera essere è qualcosa di molto più essenziale, che non ha a che fare con il luogo, ma con una sensazione di verità interiore. Potrei provare a descriverla come un allineamento sottile tra ciò che sento, ciò che scelgo e ciò che vivo.
Stare, richiede una cosa profondamente scomoda e liberante insieme: sincerità.
Sincerità nel riconoscere quando ci sentiamo costretti, quando non siamo nel nostro posto, quando stiamo stringendo qualcosa che non ci appartiene più o non ci è mai appartenuta davvero, quando il nostro respiro si fa corto e insufficiente, quando restiamo per paura, per abitudine o per approvazione.
Vedere e sentire tutto questo non è affatto semplice perché vedere significa riconoscere e riconoscere porta con sé la responsabilità di non ignorarsi più.
Significa scegliere il proprio bene anche quando non coincide con ciò che ci è stato insegnato essere “giusto”, anche quando non riceve approvazione e anche quando fa una gran paura.
Ecco che la domanda resta, viva:
“In questo momento, qui e ora, sono esattamente dove desidero essere?”
Se la risposta è no, posso restare comunque in ascolto, senza fuggire e senza raccontarmela, lasciando che da quella sincerità nasca una direzione?
Perché è da lì, da quella verità senza rumore, che il nostro benessere smette di essere un’idea e diventa esperienza viva ed incarnata.. insomma, da abitare a pieno corpo.
Forse è un po’ come quei piedi scalzi sulla sabbia, liberi, vivi e presenti, perché troppo spesso andiamo in giro, nel nostro quotidiano, con scarpe che non ci appartengono. Camminiamo con scarpe strette e scomode che costringono. La maggior parte delle volte, le scarpe che indossiamo sono persino più piccole del nostro numero. Ci ostiniamo a indossare un numero 25 quando il nostro piede è un 38 e così i piedi si comprimono, si feriscono, si deformano e noi andiamo avanti lo stesso, perché “si deve” e perché “ormai”…
Forse il primo gesto non è cambiare tutto, ma è togliersi le scarpe. Restare un po’ a piedi nudi, sentire, respirare e dare spazio a ciò che è stato compresso. Lasciamo che le ferite si mostrino e pian piano, guariscano. Permettiamo ai nostri piedi di tornare alla loro forma.
E poi, con i piedi tumefatti, ma liberi, forse, con più verità tornare a chiedersi, con gentilezza:
“sono davvero dove desidero essere?’

LFR 👣

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