Ci sono giorni in cui sento che le parole hanno bisogno di essere riportate a casa, come se fossero state usate così tanto e così male, da aver dimenticato chi erano. Dall’etimologia, spesso, ho notato che parole di uso comune hanno, nel tempo, subito una distorsione del significato originario e questo mi sembra aver portato un impoverimento che rende arido l’animo umano..
Pur essendo vero che le parole hanno un significato ben preciso, è altrettanto vero che il senso che ognuno di noi gli attribuisce nel contesto e nel vissuto permette alle parole di divenire semi e come tutti i semi, possono nutrire o avvelenare il “terreno” in cui cadono.
Arma, ad esempio può essere una di quelle parole a cui mi riferisco.
Mi fermo su questa parola e provo a sentirla senza paura. All’origine non era violenza, sopraffazione, morte, dolore, ma strumento, attrezzo, cioè qualcosa che aiuta a fare, a costruire e a vivere.
E allora mi chiedo: “e se anche le mie parole fossero armi nel senso più antico? Strumenti per aprire, per avvicinare, per rendere possibile?”
Un’altra parola che mi sta a cuore è potere.
Non quello che schiaccia, che si impone, che prende spazio a gli altri, ma il potere di.
Se ci riappropriassimo, invece, del potere di scegliere, di creare, di dire sì o no con verità…quel potere che non toglie, ma accende?
Mi accorgo che ho fame di parole così, di parole lungimiranti che non feriscono mentre parlano e che donano, a me e al mondo che mi circonda, una visione potenziante, pulita e rigenerante.
Dolcezza per esempio, non è fragilità, ma è una forza che non ha bisogno di urlare, quella possibilità di morbidezza che resta anche quando tutto spinge a diventare duro.
Ci sono tante parole come queste, parole che per me sono come piccole medicine.
Una di queste è cura. Parola attualmente confusa con il controllare, l’aggiustare in fretta, il pretendere che qualcosa torni “a posto”. Eppure, a pensarci bene, nasce come attenzione viva e come presenza che si prende a cuore.
Anche rispetto, che spesso viene usato come educazione entra in questa lista di parole da riscattare. La sua radice è re-spicere, cioè guardare di nuovo, vedere davvero senza dare per scontato.
Anche la parola desiderio è una di quelle che spesso viene distorta perché scambiata per mancanza o bisogno che consuma. Desiderio dericva da de-sidera, come un cielo senza stelle che ci invita a cercarle dentro orientandoci.
Anche la parola forza è ridotta a durezza, a resistenza cieca, invece all’origine è energia vitale, capacità di stare e fluire insieme. Un significato che ci invita a sostenere invece che a spezzare.
Forse non possiamo cambiare tutto, ma possiamo iniziare da qui, da una riflessione ed un ascolto attivo…da come diciamo e da cosa scegliamo di pronunciare.
L’invito è quello di trovare ognuno le sue parole medicina e di ricordarci che le parole non passano soltanto, ma restano nei corpi e nelle relazioni, nei giorni.
A volte basta una parola detta bene
per rimettere un po’ di mondo al suo posto.
Forse il nostro tempo ha bisogno proprio di questo, di un ritorno al bene-dire, non come esercizio estetico, ma come atto creativo.
Dire bene non significa abbellire la realtà, ma restituirle senso, significa scegliere parole che aprono invece di chiudere e che costruiscono invece di dividere.
Questo fa la differenza perché penso che ogni parola che pronunciamo sia già un gesto sul mondo.
Forse potremmo chiederci, ogni giorno, con semplicità: “questa parola è un’arma che ferisce, o un attrezzo che crea? è potere su, o potere di? è dura per abitudine, o dolce per scelta?…ecc”.
La “cura” potrebbe cominciare proprio nel ricordare che parlare è già un modo di abitare il mondo e che possiamo, parola dopo parola, imparare di nuovo a farlo con grazia, a farlo bene.
LFR🌷
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Comment
Verissimo, le parole hanno un grande peso e lasciano un segno sulle persone a cui le rivolgiamo e nei luoghi che frequentiamo.
Grazie, perché ricordarcelo è importante.